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La Corte di Cassazione stabilisce che si configura il reato di esercizio abusivo di pubblico spettacolo a carico di un ente associativo quando nella sede dell'associazione sportiva hanno luogo anche attività di intrattenimento accessibili a chiunque.

 

Il principio si rinviene nella recente decisione della Corte di Cassazione, sez. I penale, sent. n. 36647 del 14 giugno - 6 settembre 2013, dove si legge che "sussiste il reato di cui all'articolo 681 c.p. (apertura abusiva di luoghi di pubblico spettacolo o intrattenimento) allorchè venga esercitata una attività di intrattenimento (nella fattispecie una palestra in cui era attiva una sala da ballo) in un locale formalmente concepito come sede di una associazione sportiva e accessibile come tale solo ad una ristretta cerchia di soci ma sostanzialmente aperto senza discriminazioni a chiunque mediante il pagamento di una quota di adesione, in assenza delle autorizzazioni amministrative prescritte per l'esercizio di attività in luoghi aperti al pubblico".

La sentenza, che ritiene peraltro inammissibile il ricorso, sottolinea alcuni aspetti degni di attenzione, circa le modalità di instaurazione del rapporto associativo ed i requisiti affinchè un locale possa essere considerato "sede di un’associazione privata".

Innanzitutto, occorre analizzare con attenzione la fattispecie concreta: trattasi di palestra, che in base alle argomentazioni del ricorrente svolgeva "lezioni di ballo", mentre in base ai Giudici di Appello aveva "aperto all’interno del predetto locale una sala da ballo".

Si ritiene pertanto che nessun problema sussista per le associazioni sportive che organizzino all’interno dei propri locali lezioni e/o corsi di ballo e/o danza, ove siano rispettati i requisiti statutari sulle modalità associative e l’attività svolta sia di tipo corsistico.

Diversa risulterebbe la situazione, ove i locali associativi configurassero una sala da ballo, in particolare ove l’accesso fosse, come nel caso in specie "aperto senza discriminazioni e a chiunque mediante il pagamento di una quota di adesione".

Non conosciamo la fattispecie specifica, né siamo in possesso degli atti del giudizio; nemmeno siamo a conoscenza dell’esito dell’eventuale contenzioso tributario che possa essere stato instaurato a fronte della verifica in oggetto.

Sembra però che trattasi della situazione in cui l’ente associativo consenta l’acquisizione della natura di associato a "chiunque", senza alcun rispetto degli obblighi statutari sulle modalità di adesione, senza alcuna conoscenza e condivisione dello statuto e degli scopi dell’associazione, ma esclusivamente mediante il pagamento di una "quota di adesione", che a ben vedere rappresenta piuttosto un prezzo, un corrispettivo per l’accesso ai locali "da ballo".

Si raccomanda pertanto alle associazioni sportive dilettantistiche di prestare molta attenzione alla natura del rapporto associativo, sia per quanto concerne la forma che la sostanza, in relazione ai seguenti aspetti:

1) innanzitutto, affinchè lo stesso si instauri correttamente, per quanto concerne le disposizioni statutarie in ordine alle modalità di ammissione dei soci; nel caso in analisi, viene infatti contestata la natura associativa dell’ente a causa dei criteri di ammissione in quanto ogni soggetto che entrasse nei locali "era considerato socio"; di seguito le diverse argomentazioni della sentenza in ordine alla contestazione delle modalità di instaurazione del rapporto associativo:

-"chiunque entrava era considerato socio";

-"la loro ammissione (dei soci) non era soggetta a forme rigide";

-"non potendosi configurare un’associazione privata i cui aderenti si identifichino con tutti coloro che scelgano di entrare nei locali dell’associazione, a prescindere dal numero dei richiedenti e con criteri selettivi (pagamento di un biglietto) così larghi da diventare del tutto inesistenti";

-il locale sede dell’associazione era "sostanzialmente aperto senza discriminazioni a chiunque, mediante il pagamento di una quota di adesione".

2) secondariamente, affinché venga garantita la partecipazione democratica degli associati alla vita dell’ente.

In caso contrario, in sede di verifica e come nella fattispecie oggetto della sentenza citata, potrebbe essere accertato:

-a livello tributario che :

  •  i frequentanti i corsi/lezioni di ballo non siano qualificati quali soci, bensì quali ordinari clienti;
  • il prezzo di ingresso pagato non rappresenterebbe il corrispettivo specifico decommercializzato per la partecipazione ad attività sportive istituzionali, bensì il corrispettivo richiesto per un usufruire di un servizio di natura commerciale;

 -a livello amministrativo che

  •  l’ingresso non sarebbe riservato ai soli soci (che di fatto non esistono), ma aperto al pubblico.

 Da ciò scaturirebbe, oltre al disconoscimento dei benefici di carattere fiscale, anche l'imputazione di carattere penale connessa alla mancata autorizzazione richiesta per l'esercizio di attività di spettacolo o intrattenimento presso luoghi aperti al pubblico, in quanto "verrebbe eliminata ogni differenza fra locali aperti ai soci di un’associazione e locali aperti al pubblico".

 




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